Il dismorfismo muscolare

Negli ultimi anni si è evidenziato un crescente interesse per una nuova patologia che colpisce principalmente gli uomini: il dimorfismo muscolare “Muscle Dysmorphia” (MD), conosciuto anche come Bigoressia/Vigoressia o Anoressia Inversa.

Il comportamento delle persone che ne sono affette somiglia in maniera eclatante a quello tipico dei pazienti con anoressia nervosa (AN).
Un corpo sottile è l’ideale di bellezza per la maggior parte di donne e ragazze nella cultura occidentale, al contrario un ideale muscoloso è l’aspirazione della maggior pare degli uomini e dei ragazzi.

L’impulso alla magrezza con assenza di tessuto adiposo, tipico dell’anoressia nervosa, viene sostituito dall’impulso verso muscoli enormi sempre in assenza di tessuto adiposo.
Da qui il nome di “anoressia inversa”, nel senso di una speculare analogia con le caratteristiche proprie dell’anoressia nervosa.

Ma nel caso del dimorfismo muscolare, la questione primaria non è quanto magri si possa diventare, piuttosto quanto grossi e muscolosi!
Ciò che il soggetto percepisce di sé è la mancanza di forza e di muscolosità, sebbene la propria condizione corporea sia superiore alla media.

L’ossessione per la propria taglia muscolare, sfocia in una marcata dipendenza dall’esercizio fisico, in particolare dal sollevamento pesi.
Ultimamente, stiamo assistendo ad un incremento di giovani ragazzi che passano il loro tempo libero in palestra ad impegnarsi in esercizi fisici estenuanti, seguendo una dieta maniacale con la tendenza ad isolarsi sempre di più dagli altri oppure “facendo gruppo” con persone i cui obiettivi sono i medesimi: potenziamento e definizione muscolare ad ogni costo!
Molto spesso si riscontra in loro una certa monotematicità nei discorsi e negli argomenti che riguardano prevalentemente il mondo delle palestre, del fitness, degli sforzi personali e degli obiettivi raggiunti.

Questo disturbo colpisce soprattutto i maschi in fascia d’età compresa tra i 12 e i 25-30 anni, periodo di crescita, in cui il soggetto è più fragile e vulnerabile di fronte alle difficoltà della vita, ai problemi familiari, personali e sociali.
Questa patologia può essere il risultato di una bassa autostima e di un forte senso di inadeguatezza anche se all’apparenza coloro che ne sono affetti sembrano sicuri di sé, pronti al confronto e alla continua ricerca di conferme e approvazioni.

Da un punto di vista psicologico, l’insoddisfazione per il proprio corpo è uno dei fattori predittivi che può portare il soggetto verso il disturbo e le conseguenze che ne derivano alimentano una problematica sociale crescente.
L’insoddisfazione nei confronti di se stessi viene trasferita sul corpo come debole maschera che cela un vuoto incolmabile.

Dalla mia esperienza clinica, questi soggetti raccontano molto spesso di aver imparato fin da piccoli “a cavarsela” da soli, sottolineando la solitudine percepita e la deprivazione emotiva alla quale hanno risposto utilizzando l’immagine corporea come strumento compensatore delle loro mancanze.

Da un punto di vista terapeutico, aiutare queste persone, non risulta affatto facile.
Assumono un atteggiamento distante insieme alla loro massa muscolare che già a primo impatto è come se servisse ad indurre una sorta di inibizione nell’ altro. Comunicano di non essere alla ricerca di nessuna cura, non percepiscono né disagio né sofferenza.

Ammettere che hanno bisogno di auto per queste persone è estremamente minaccioso, poiché andrebbe a scompensare il loro costrutto di forza e indistruttibilità che si sono cuciti addosso per tutta la vita.
Molto spesso vengono inviati in terapia da persone loro vicine, stremate dal loro modo di fare che li porta lontani dal mondo che li circonda e a volgere l’attenzione solamente su sé.

Questo comportamento li rende “ricchi” di mancanze tanto da spingere i familiari a cercare aiuto per la sensazione di impotenza e frustrazione che lasciano in loro.

Il percorso, dovrà dunque essere orientato ad andare oltre la loro “corazza” per raggiungere la parte vulnerabile tenuta nascosta, aiutandoli a sperimentare la sensazione che si può essere visti e tenuti in considerazione anche mettendo da parte l’immagine esteriore.

 

Bibliografia.
Bonaiuto, M., Miraglies, R. (2012). Un’epidemia silente: la dismorfia muscolare. Quaderni d’AltriTempi,
From http://www.quadernidaltritempi.eu./rivista/numero19/03mappe/q19_m05dismorfia01.htm

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