La solitudine

 

“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.”
(S.Quasimodo)

La solitudine è diventata un’emozione comune alla maggior parte degli esseri umani alla quale però si evita di pensare troppo.
Per questo basta dare uno sguardo ai comportamenti più comuni nelle persone per notare come queste tentino di compensare i propri vuoti sostituendoli con attività stimolanti di cui non riescono più a fare a meno o alle quali si dedicano in modo ossessivo, anestetizzando così i vissuti dolorosi.
In questo modo è come avere l’illusione di essere sempre presenti e mai soli, alimentando un circolo vizioso del quale la persona non è consapevole ma che anzi identifica come fonte del proprio “benessere”, per tanto diventa impensabile uscirne.
Ecco che l’attenzione viene rivolta a come poter occupare il tempo libero con interessi che variano da persona a persona ma che hanno tutti la stessa proprietà comune di cacciare la solitudine.
Alcuni esempi possono essere lo sport eccessivo, shopping compulsivo, assunzione di sostanze stupefacenti, sesso compulsivo con partner occasionali, speculazioni in borsa, eccessiva dedizione al lavoro che si protrae anche oltre gli orari definiti.

Nonostante pressanti offerte terapeutiche spingano ogni giorno le persone ad interrogarsi e ad attraversare la sensazione di solitudine che potrebbe manifestarsi mettendo da parte i comportamenti compensatori, preferiscono evadere dal “carcere” di questo vissuto sgradevole ma soprattutto dal temibile confronto con se stessi.
Spesso c’è quasi il terrore che una simile “cura” si trasformi in un devastante riconoscimento di ciò che non c’è, di ciò che manca.

Cercare di nascondere o sopprimere le emozioni non serve. È doveroso prendere nota delle stesse, chiamarle per nome e, soprattutto, essere consapevole del loro impatto nella vita quotidiana. Questo perché finché non riconosciamo come ci sentiamo, continueremo ad essere controllati dalle emozioni. Tutte le emozioni hanno un valore importante e non devono essere giudicate, solo riconosciute per capire il loro impatto nella nostra vita.

Solo attraverso un’attenzione mirata e un ascolto profondo di ciò che viene definita solitudine, è possibile ristrutturare il pensiero alle potenzialità, invece di concentrarsi esclusivamente sulla perdita. Questo perché “rimanere soli” e toccare con mano il carico emotivo insito in ognuno di noi è difficile ed è importante uscire dalla nostra prospettiva.

La cosa fondamentale da fare è identificare ogni pensiero disadattivo che aggiunge benzina al fuoco, di solito si tratta di generalizzazioni errate, come ad esempio pensare che “tutto andrà male” o “non riuscirò mai a superarlo”.
In seguito dovranno essere sostituiti simili pensieri con altri più obiettivi e realistici. Naturalmente, non si tratta di assumere un ottimismo tossico, ma trovare un punto intermedio.

Il passaggio finale dovrà essere quello di imparare a scegliere chi manifesta le potenzialità per costruire un legame basato su un reciproco scambio di affetto e di attenzioni.

Per uscire da qualsiasi situazione difficile è necessario agire, per non restare bloccati nel dolore.
Spesso si ha paura di fare questo passo, oltre che per il timore di fronteggiare un vissuto così minaccioso, perché ci sentiamo più comodi e sicuri nella sofferenza piuttosto che lanciarci alla scoperta dell’ignoto.

Ho sempre creduto che finché ci siamo abbiamo il dovere verso noi stessi di concederci una nuova possibilità, un’occasione diversa ogni giorno. Ogni giornata che viviamo dovrebbe essere un’altra opportunità che vale la pena di esplorare.

 

Bibliografia.
Bowlby, J. (1980). Attachment and loss: Vol. III. Loss, sadness, and depression. New York: Basic Books.

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